Da quest’estate le regole europee chiedono ai produttori di marcare i contenuti fatti con l’intelligenza artificiale, e a chi pubblica un deepfake di dichiararlo.
È giusto. Ma non basta.
Un’etichetta dice chi ha fatto una cosa. Non dice se è vera.
Ho provato. Ho chiesto a un’AI un libro con un punto interrogativo sulla copertina. Poi l’ho fatto girare. Dall’altra parte c’era un punto esclamativo. Quando il libro si è fermato, il punto esclamativo era davanti. Il punto interrogativo era sparito.
Nessuno se n’è accorto, finché non ho chiesto: dov’è l’errore?
Chi ha trovato la risposta non aveva un’etichetta. Aveva guardato due volte.
Penso che sia questa la differenza. Un’etichetta si legge. Un dubbio si esercita.
E quando un dubbio si scioglie, resta qualcosa di leggero. Quasi un sollievo.
Cosa ti ha fatto guardare due volte l’ultima volta?
!?!
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