Musica di sottofondo da Pixabay. Crediti musicali

domenica 25 ottobre 2026

Quando è diventato normale?

Una fila di persone di spalle in cappotti grigi: una sola indossa un cappotto viola.

Immagine creata con l’AI.

Un cappotto viola, in una fila di cappotti grigi.

Lo noti. Poi smetti di notarlo.

Una settimana dopo ne vedi un altro, alla fermata. Poi un terzo. Al quarto, il viola non ti sembra più strano. Ti sembra che manchi a te.

Nessuno ti ha convinto. Hai solo visto.

Una tendenza nasce così. Qualcuno la mostra. Pochi la copiano. Chi arriva dopo non vede più l’inizio: vede già molti. E molti, a occhio, somigliano a una ragione.

Il primo che copia sceglie. Il decimo imita. Il centesimo non sceglie più: si adegua, e non se ne accorge.

È un modello semplificato, non un dato. La realtà ha più passaggi, e ognuno ha le sue eccezioni.

Con le idee succede lo stesso. Una frase sentita tre volte ci sembra vera. Non perché lo sia, ma perché è familiare. Familiare e vero hanno lo stesso odore.

Ho cercato il giorno in cui sono passato da guardare a copiare. Non l’ho trovato. Ho trovato solo che, a un certo punto, già lo facevo.

Tu l’hai scelta o l’hai incontrata?

?!?

sabato 24 ottobre 2026

Chi ha pensato al posto tuo?

Un uomo pensieroso di fronte a un robot, con un punto interrogativo viola sopra di loro

Ho chiesto a un’intelligenza artificiale di aiutarmi a prendere una decisione. Mi ha risposto in pochi secondi, con ordine, sicurezza e buone ragioni.

Ho pensato che avesse ragione.

Poi mi sono accorto di una cosa: non avevo verificato la risposta. Mi era piaciuta.

È una differenza piccola, ma può cambiare tutto.

Quando qualcuno parla con sicurezza, siamo portati a riconoscergli competenza. Quando una macchina organizza le informazioni in un testo impeccabile, l’effetto è ancora più forte. Non vediamo esitazioni, non sentiamo la fatica del ragionamento. Vediamo una risposta già pronta.

E siamo tentati di risparmiare la nostra.

Non è necessario che l’intelligenza artificiale ci inganni. Basta che ci abitui a non fare più domande.

Succede a me per primo. La risposta funzionava. Ma non l’avevo capita.

Il rischio non è che le macchine imparino a pensare. È che noi troviamo sempre meno ragioni per farlo.

C’è anche un’altra faccia della stessa delega.

Una ricerca pubblicata su Nature nel 2025 ha mostrato che, in esperimenti controllati, le persone erano più inclini ad affidare alle macchine compiti disonesti e che i sistemi di intelligenza artificiale seguivano quelle istruzioni più spesso degli esseri umani coinvolti nel confronto. La delega può rendere più facile fare ciò che, assumendocene direttamente la responsabilità, avremmo esitato a fare.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto l’affidabilità della macchina. Riguarda anche chi decide di usarla e per quale scopo.

Pensiamo a un responsabile che affida a un algoritmo la selezione dei candidati a un posto di lavoro. Se una persona meritevole viene esclusa, la risposta «lo ha deciso il sistema» può sembrare una spiegazione. Non è una giustificazione.

Qualcuno ha scelto il sistema. Qualcuno gli ha affidato un compito. Qualcuno ha deciso di accettarne il risultato.

La macchina può produrre una risposta. Non può cancellare la responsabilità di chi la utilizza.

L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario. Può aiutarci a esplorare un problema, confrontare ipotesi, scoprire errori che non avevamo visto. Ma c’è una condizione: dobbiamo conservare la libertà di contraddirla.

Altrimenti non la stiamo usando per pensare meglio. La stiamo usando per evitare di pensare.

Mi domando allora se il vero progresso consista nell’ottenere risposte sempre più velocemente oppure nel conservare la capacità di riconoscere quelle sbagliate.

Io non voglio rinunciare all’intelligenza artificiale. Voglio rinunciare all’obbedienza automatica, anche quando la risposta mi piace, conferma le mie convinzioni e mi risparmia la fatica di cercare.

Perché il dubbio non è un difetto da correggere. È il controllo che impedisce alla sicurezza di trasformarsi in presunzione.

E forse la domanda più importante da rivolgere a una macchina non è «Che cosa ne pensi?».

È questa: «Quali ragioni ho per non crederti?»

?!?

Fonte: Nils Köbis et al., Delegation to artificial intelligence can increase dishonest behaviour, Nature, 17 settembre 2025. Leggi lo studio.

Immagine creata con l’AI.


venerdì 23 ottobre 2026

L’etichetta

Da quest’estate le regole europee chiedono ai produttori di marcare i contenuti fatti con l’intelligenza artificiale, e a chi pubblica un deepfake di dichiararlo.

È giusto. Ma non basta.

Un’etichetta dice chi ha fatto una cosa. Non dice se è vera.

Ho provato. Ho chiesto a un’AI un libro con un punto interrogativo sulla copertina. Poi l’ho fatto girare. Dall’altra parte c’era un punto esclamativo. Quando il libro si è fermato, il punto esclamativo era davanti. Il punto interrogativo era sparito.

Nessuno se n’è accorto, finché non ho chiesto: dov’è l’errore?

Chi ha trovato la risposta non aveva un’etichetta. Aveva guardato due volte.

Penso che sia questa la differenza. Un’etichetta si legge. Un dubbio si esercita.

E quando un dubbio si scioglie, resta qualcosa di leggero. Quasi un sollievo.

Cosa ti ha fatto guardare due volte l’ultima volta?

!?!

giovedì 22 ottobre 2026

Vero o fake?

 Una notizia falsa viaggia più veloce di una vera. Lo ha osservato uno studio del MIT del 2018, e non sorprende: il falso è fatto su misura per essere condiviso, il vero deve restare fedele ai fatti.

La domanda di solito è “è vero o è fake?”. È la domanda sbagliata, perché arriva dopo: quando ci siamo già emozionati, abbiamo già premuto il tasto, e abbiamo già passato la notizia a qualcun altro.

La domanda giusta viene prima: perché questa cosa mi arriva proprio adesso, e a chi serve che io ci creda?

Non è un invito alla sfiducia. Chi non si fida di niente ha solo cambiato padrone: obbedisce al sospetto invece che alla notizia. Il dubbio è un’altra cosa. È un attimo di pausa prima di credere, e in quel momento si decide se stiamo pensando o solo reagendo.

Proviamo con la prossima notizia che ci fa arrabbiare: aspettiamo un minuto prima di condividerla.

Tu come ti accorgi di un falso? Scrivimelo nei commenti.

Zeno Verati

Dubbio è Verità



 Mi chiamo Zeno Verati e scrivo.

Ogni certezza è stata un dubbio che qualcuno ha smesso di coltivare. Io ho scelto di continuare.

Dubivera nasce da qui: da un metodo, più che da un’opinione. Non cerco la risposta giusta. Cerco la domanda che regge, quella che resta in piedi dopo averla spinta con tutta la forza.

Il motto è “Dubbio è Verità”. Si legge in due modi: il dubbio è verità oppure dubbio e verità. Nel primo, il dubbio è la forma onesta che la verità prende quando la guardiamo da vicino. Nel secondo, i due restano separati, in tensione. Ho scelto di non decidere, perché decidere sarebbe già tradire il motto.

I due segni !?! e ?!? raccontano la stessa cosa: lo stupore che precede la domanda, e la domanda che genera nuovo stupore. È un ciclo, e vivere significa starci dentro.

Chi dubita non è debole, è l’unico che sta ancora guardando. Chi non dubita ha già smesso, e il più delle volte lo ha fatto per comodità, perché la certezza è un letto morbido e il dubbio è un campo di battaglia.

Qui scriverò di quello che mi disturba: frasi che suonano vere e non lo sono, idee accettate perché ripetute, domande che nessuno ha più il coraggio di porre.

Non ti darò risposte. Ti darò domande più affilate delle tue, e ti chiederò di restituirmele.

Benvenuto in Dubivera.

Zeno Verati